Gaja: voce del verbo Nebbiolo

Con le sue 800 etichette, la carta vino del ristorante Cavalluccio Marino di Lampedusa, plasmata dalla passione e dalla ricerca di Giuseppe Costa, è patrimonio ricchissimo di vini certo ma – come ama ricordare Giuseppe stesso – soprattutto di storie d’eccellenza siciliana certo, ma anche italiana e internazionale.

 
Una delle più radiose è quella della cantina Gaja in Barbaresco, che da realtà familiare ha saputo costruirsi un’immagine divenuta marchio forte e imprescindibile non solo dei vini piemontesi, ma di tutto il Made in Italy.

La cantina Diapason del Ristorante Cavalluccio Marino Lampedusa

Nebbiolo, colline e persone straordinarie.

Poche uve possono considerarsi autoctone come il Nebbiolo, noto fin dal Medioevo con il nome di Nibiol nel suo Piemonte dove cresce perfettamente adattato al clima fresco, le estati brevi e le elevate escursioni termiche. 

Nome curioso, che rimanda forse alla nebbia che avvolge i filari al tempo della vendemmia o forse all’abbondante pruina che ricopre gli acini a piena maturazione dando un effetto annebbiato al grappolo. E se derivasse invece dal latino nobilis? Dal passato in riferimento ai vini destinati ai nobili derivanti dalla sua lavorazione, fino ai giorni nostri quando fu proprio Veronelli a citarlo come tra le più nobili delle uve del patrimonio italiano. 

Un’indole nobile e austera quella del Nebbiolo che dal 1859 ha trovato un’eccellente interpretazione nei vini della cantina Gaja situata nel centro storico di Barbaresco, piccolissimo comune in provincia di Alba, incastonato nel cuore delle Langhe. Una storia d’eccellenza familiare, cominciata dal fondatore Giovanni e consolidata da Angelo Gaja durante i suoi decenni alla guida dell’azienda, con il sostegno costante della moglie Lucia e dei figli Gaia, Rossana e Giovanni a cui oggi sta lasciando il testimone.

Il Nebbiolo di Gaja, la tradizione al passo con i tempi

I vini della cantina Gaja, come pochi altri, fondono passato e modernità risultando attuali e, senza dubbio, tra i più iconici del panorama mondiale. Giovanni Gaja per primo e tutti i suoi eredi hanno infatti saputo fare tesoro della tradizione rimanendo al passo con i tempi: a questa intelligenza ed intuizione si deve oggi il successo dei loro vini.

Una formula simboleggiata nell’etichetta, semplice, nera e bianca. Un’identità cromatica ideata proprio da Angelo Gaja per il quale il nero rappresenta il passato, andato, intoccabile, mentre il bianco rappresenta il futuro, un foglio immacolato su cui saranno presto i figli – Gaia, Rossana e Giovanni – a scrivere. 

Vini, quelli di Gaja, tanto precisi e ineguagliabili, quanto segreti, autentici vini di terroir: figli di una terra fertile e vocata, prodotti da un’uva dalle preziose qualità organolettiche e guidati verso la massima espressione in bottiglia dalla passione e dalla competenza delle grandi figure umane della famiglia. Il concetto di terroir, infatti, parola francese intraducibile in italiano, contiene al suo interno territorio, clima e capacità umane. Come quelle che hanno portato la famiglia Gaja ad intuire che la grandezza del Nebbiolo e del Barbaresco dovevano passare attraverso alcuni graduali cambiamenti rispetto alle lavorazioni tradizionali. Per questo la riduzione della produzione per ettaro, l’attento controllo della fermentazione, l’uso sapiente della barrique e dei tappi lunghi oltre 6 centimetri per favorire la micro-ossigenazione in invecchiamento. Questi alcuni importanti cambiamenti introdotti da Gaja nella sua ricetta produttiva che risulta oggi così vincente. 

Il Barbaresco di Angelo Gaja: un vino ed un artigiano da podio

A partire dal nucleo originario in Barbaresco, sotto la guida attuale di Angelo, la cantina Gaja si è estesa per 92 ettari vitati e a partire dagli anni Novanta la produzione si è espansa fino in Toscana, nell’ambizioso progetto Ca’Marcanda dove nascono eccellenti tagli bordolesi. 

Dal Piemonte alla Toscana, i vini di Gaja dimostrano sempre una classe e longevità uniche, riconosciute dagli appassionati di tutto il mondo – statunitensi, svizzeri e tedeschi in testa – che hanno assunto queste etichette al ruolo di vero e proprio status-symbol.

Un successo coronato da un podio eccezionale ottenuto nel 1985 dal Barbaresco di Angelo Gaja, definito dall’illustre rivista Wine Spectator come il miglior vino mai prodotto in Italia.

Nato ad Alba nel 1940, doppia laurea in enologia e in economia, Angelo Gaja incarna quella borghesia moderna che ha fatto grandi le Langhe. Un imprenditore artigiano che non ha mai avuto paura di sfidare le convenzioni, come quando in una terra vocata ai grandi rossi, scelse di investire su uno dei più prestigiosi vitigni bianchi internazionali piantando nel 1979 una vigna di Chardonnay. Ed è così che “Il Re del Barbaresco” ha saputo imporsi nel panorama vinicolo mondiale anche con il suo “Gaia & Rey”, uno dei migliori Chardonnay al mondo.

Per questo suo coraggio, come per la sua dedizione al lavoro di qualità e per il suo ruolo cardine nel panorama enologico italiano dimostrato nel corso della sua guida aziendale, Angelo Gaja è stato nominato nel 2019 vincitore del Winemakers’ Winemaker Award. 

Gaja, un successo che non ha paura di invecchiare

Selezione maniacale dei grappoli in vigna, sapienti trasformazioni in cantina, invecchiamento in pregiate barrique di rovere: questo il segreto non solo del successo, ma della longevità straordinaria dimostrata nel tempo dai vini di Gaja e che ha contribuito a renderli vere e proprie icone nel panorama vinicolo mondiale.

Curiosando la carta del vino del Cavalluccio Marino, non dovrà dunque sorprendervi che l’offerta per lo Chardonnay Gaja and Ray parti dalla 2012 e che con il Barbaresco si riavvolga il nastro del tempo fino alla mitica annata 1991.

Quello conservato da Giuseppe Costa nella sua cantina Diapason è senza dubbio un tesoro inestimabile, e per di più in formato speciale: dal Barbaresco in magnum per l’annata 1991 e 1998 e quello in jeroboam da 3 litri per l’annata 1995. Annata davvero speciale la 1995 di cui troverete anche il cru aziendale Sorì San Lorenzo, sempre in formato magnum. E continuate a curiosare, pare che da qualche parte si nasconda anche un formato magnum del favoloso Cabernet Sauvignon Darmagi risalente al 1987!

Bottiglie iconiche, molte introvabili: è alla cura e alla passione di Giuseppe Costa che si deve oggi questo patrimonio.

Come ogni capolavoro, questi vini meritano senz’altro un’occasione speciale per essere condivisi e di una cucina strutturata e profonda a rendere loro giustizia. Niente di meglio che scegliere come location la terrazza vista mare del Cavalluccio Marino e la sensibile cucina di Giovanna a fare da accompagnamento a uno degli “stappi” più importanti della vostra vita.

Climate change: la sfida attuale

Oggi la guida dall’azienda è passata nelle mani dei figli di Angelo: Gaia, Rossana e Giovanni. Al loro fianco lo staff storico di enologi e agronomi a cui si sono da poco aggiunti due entomologi, due botanici, un geologo e altri ricercatori per salvaguardare la vita nel sottosuolo. È con la scienza e la ricerca che la quinta generazione Gaja ha scelto di affrontare la grave crisi climatica che si affaccia all’orizzonte. 

L’innalzamento delle temperature si fa sempre più concreto, grado dopo grado e anno dopo anno richiedendo un urgente sviluppo di soluzioni concrete. La scelta della nuova generazione Gaja s’inserisce nel solco di una via produttiva più sostenibile ed ecologica già tracciato da molti altri nomi dell’industria vinicola nazionale ed internazionale. 

Si parte così dal reintegro in vigna di diverse specie vegetali che incrementino la biodiversità richiamando insetti e animali selvatici, per proseguire con il posizionamento di alberi ad alto fusto per offrire nido agli uccelli migratori e con l’importante introduzione dell’apicoltura nelle vigne di Barbaresco e Barolo. 

Se il futuro sarà caldo, sarà anche sempre più green. 

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