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Da molti anni il territorio dell’Etna stupisce con la sua dinamicità “vulcanica” che si riflette nello spirito dei viticoltori etnei, in continua evoluzione ed adattamento. Uno di loro è Girolamo Russo.

Essere viticoltore è un mestiere difficile, di resilienza verso la natura, i suoi tempi e, a volte, i suoi scherzi. Essere viticoltore su un vulcano attivo è ancora più difficile perché la terra stessa su cui si lavora è dinamica, esplosiva. Girolamo Russo è uno di questi eroici viticoltori che, con coraggio, affronta ogni giorno il suo vulcano, l’Etna, il più grande vulcano d’Europa e tra i più attivi del mondo. Perché? Perché un vino vulcanico non è solo buono, ma porta dentro di sé la forza del centro della Terra ed è, in una parola, indimenticabile.

Vini Sicilia Etna, cantina ristorante Cavalluccio Marino Lampedusa

Due passi sull’Etna: la lava e la ginestra

Visitando il territorio etneo tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio potreste imbattervi in uno spettacolo inaspettato: versanti costellati di un giallo reso ancora più intenso dal nero della lava sottostante. Si tratta della fioritura della ginestra, pianta endemica del vulcano definita “pioniera” per la sua capacità di attecchire per prima sulle sciare, così si chiamano le colate laviche sull’Etna, e preparare con le sue radici, con la sua stessa vita, la rinascita di tutta la biodiversità vegetale dei versanti vulcanici. 

Camminare sui versanti dell’Etna, con il cuore aperto all’ascolto della natura circostante, non può non trasferire un’emozione profonda, quasi un’ammirazione reverenziale per un luogo capace di vivere, morire e rinascere da migliaia, milioni di anni. Uno spettacolo mozzafiato, che non a caso inspirò, durante il suo soggiorno a Torre del Greco ai piedi del Vesuvio, il poeta Giacomo Leopardi, nella famosa lirica dedicata proprio a questa pianta che soprannominò “il fiore del deserto”, così eroica e romantica.

Un vulcano, quattro profili

Parlare di Etna come di un unico terroir è non solo errato, ma fortemente riduttivo per la miriade di potenzialità di questo luogo. Di profilo in profilo, come fosse una persona, l’incarnazione di Madre Natura – non a caso i siciliani sono soliti rivolgersi all’Etna chiamandolo ‘A Muntagna, al femminile – il vulcano rivela espressioni differenti.

C’è il versante che guarda ad occidente, il meno sfruttato dalla viticoltura e dunque il più selvaggio, con le sue vigne ancora nascoste tra i boschi e gli arbusti, capace di dare vita a vini molto particolari, non estremamente eleganti ma più mediterranei. Per intenditori curiosi di stupirsi. Il profilo meridionale del vulcano è invece il più assolato e proprio l’energia solare velocizza la maturazione delle uve dando origine a vini che nel complesso si rivelano carichi di frutto, di calore e corposità. Ad est le cose cambiano: è il versante più esposto agli effetti dei venti e del mare che favoriscono un ampio sviluppo aromatico delle uve. È questo il luogo da cui provengono i vini più salini e speziati, soprattutto bianchi e rosati, molto identitari. 

Ma è a Nord, nel versante dove si trovano, ad esempio, i comuni di Randazzo e Solicchiata che si concentra oggi la stragrande maggioranza della viticoltura etnea “di nuova generazione”. È qui che sul finire del secolo scorso è stata individuata la zona d’elezione al confezionamento di vini che fanno dell’eleganza e della longevità la loro chiave distintiva. Sia per i bianchi che per i rossi.

Vini Sicilia Etna, cantina ristorante Cavalluccio Marino Lampedusa - GIROLAMO RUSSO

Vini Sicilia Etna, cantina ristorante Cavalluccio Marino Lampedusa - GIROLAMO RUSSO

Autoctono e franco di piede

Pur trovandosi, sull’Etna, una discreta diffusione di vitigni internazionali, a partire dalla Grenache, uno degli aspetti interessanti della viticoltura etnea è il suo sviluppo attorno ad alcune varietà che nelle condizioni microclimatiche del vulcano sono state in grado di adattarsi e crescere. 

La prima di cui fare menzione è il Nerello Mascalese, l’autoctono etneo per eccellenza, presente alle falde del vulcano da almeno quattro secoli, e capace di originare vini rossi eleganti, sottili, lievemente speziati, estremamente longevi grazie alla spiccata acidità di quest’uva. Suo fedele “compagno di merende” è il Nerello Cappuccio, originario del 

messinese, quasi mai vinificato in purezza in quanto, per le sue caratteristiche di colore e corposità, si sposa bene con il Mascalese per vini più intensi e pronti.

Tra le varietà bianche, il Carricante, la cui etimologia “capace di caricare i carri” rende subito l’idea della sua caratteristica abbondante produttività. Diffuso prevalentemente sul versante Est, il Carricante è capace di dare vini freschi e acidi in gioventù, ma anche di evolvere in terziari complessi e “idrocarburici” con il tempo. Un’uva ancora grandemente sottovalutata, nonostante le sue caratteristiche lo collochino alla stregua delle varietà più blasonate al mondo, come il Riesling della Mosella. Così come per i rossi, anche nei vini bianchi etnei è tipico l’utilizzo del blend, in particolare con il Catarratto, originario del trapanese ma che sul vulcano esprime con più convinzione le sue note agrumate, e con la Minnella, morbida ed aromatica. 

Inoltre, la sabbiosità dei terreni lavici ha naturalmente sfavorito la sopravvivenza dell’afide della fillossera, causa della scomparsa di moltissimi ettari vitati a partire dalla metà del 1800. Così sull’Etna è possibile trovare piante cosiddette a piede franco, ovvero prive dell’innesto “americano”, che rappresentano un archivio genetico di inestimabile valore e oggetto di studio da parte di molte università di tutto il mondo. In particolare, negli ultimi anni, molta ricerca si sta svolgendo attorno alle “varietà reliquie” perché appunto sopravvissute all’epidemia. Cugini dimenticati, ma non per questo oggi, nel trend diffuso verso il recupero dell’autoctono, meno interessanti.

Il versante nord secondo Girolamo Russo

Interprete fedele e appassionato del suo territorio è il viticoltore etneo Giuseppe Russo che nel 2006 rifonda la sua azienda di 18 ettari a Passopisciaro, suo paese natale, e la dedica alla memoria del padre Girolamo. La vocazione di Giuseppe è quella di produrre vini identitari, custodi di una tradizione antica ma, al tempo stesso, capaci di dialogare con il nuovo panorama vinicolo, italiano ed estero. Giuseppe ha infatti scelto di non rottamare “quello che fu”, anzi di implementare nella sua gestione aziendale tutti quei metodi di lavorazione di una volta, adottando il biologico in campagna e intervenendo il meno possibile nel processo di vinificazione al fine di ritrovare, nel vino, lo specchio del suo terroir e dell’annata.

Grande appassionato ed estimatore di questa cantina è Giuseppe Costa del Cavalluccio Marino di Lampedusa che spesso consiglia ai suoi ospiti di accompagnare la cena o l’aperitivo con uno dei loro vini che conserva nella sua cantina Diapason.

A seconda dell’occasione, potreste optare per l’Etna Bianco Nerina. Un bianco solare, a tratti tropicale, con note floreali tra cui spicca protagonista proprio la resiliente ginestra il cui giallo sembra magicamente specchiarsi nei riflessi dorati del vino. 

Il rosato va alla ricerca di tutte le note più delicate del Nerello Mascalese, come il piccolo frutto rosso di bosco, il melograno, ancora la ginestra e una mineralità marcata figlia di quella dura lava vulcanica tra cui si sono fatte strada le radici delle piante per crescere. 

Tra tutti, il rosso di Girolamo Russo preferito da Giuseppe Costa è il San Lorenzo Piano delle Colombe 2020, prodotto interamente da uve Nerello Mascalese provenienti da una singola vigna di oltre 80 anni a Piano delle Colombe, nella contrada San Lorenzo a Randazzo. Diverse variabili contribuiscono a rendere questa etichetta, di cui esistono in circolazione poco più di 700 bottiglie, una delle più lodevoli interpretazioni del versante nord dell’Etna: i terreni sabbioso-vulcanici, l’età delle piante allevate ancora secondo il sistema tradizionale dell’alberello etneo, e una rigorosa selezione manuale dei soli grappoli migliori per una resa per ettaro non superiore ai 20 quintali. La vinificazione prevede 18 giorni di macerazione durante la fermentazione spontanea del mosto, quindi un affinamento in tonneaux e barrique. Un vino di cristallina eleganza, fruttato e vellutato, eppure elettrico e nervoso, scalpitante di vita vulcanica, di magma infuocato.

Un vino incredibile da bere oggi, ma che potrebbe rivelarsi esplosivo negli anni, peccato sarà quasi impossibile resistere alla tentazione di berlo!

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